A spasso con Mestolo a Filadelfia (Vibo Valentia)


Testo e disegni di Nino Sergi -

 

Mestolo ci racconta che subito dopo il terremoto che colpì tragicamente la Calabria nel 1783, il re Ferdinando IV di Borbone inviò Francesco Pignatelli a organizzare i primi soccorsi, assieme a un gruppo di ingegneri per progettare la ricostruzione dei centri urbani colpiti. Tre anni dopo, fece pervenire istruzioni sul modo di strutturare le maglie urbane. Fu stabilita la larghezza delle vie, che dovevano essere diritte e ortogonali, e la presenza di piazze, una grande al centro per il mercato giornaliero, altre, più piccole, prospicienti le chiese parrocchiali.

 

 

Queste disposizioni riflettevano il clima culturale riformista che si respirava al tempo a Napoli e in buona parte d’Europa. Il filosofo francese Voltaire sosteneva che le città dovevano essere funzionali e rispettose delle norme igieniche. Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia, fu una delle tante cittadine ricostruite con questi criteri d’avanguardia d’impronta illuminista. La forma dell’impianto urbano, ideato dall’architetto Ferraresi, che si ispirò al “castrum romano”, di forma quadrata a maglia regolare, è suddiviso in quattro parti ogni una delle quali individua un quartiere.


 

 

Le vie si incrociano in modo ortogonali e le più importanti, al centro, come il cardo e il decumano, disegnano una grande piazza, dedicata al Monsignore Serrao. I quattro angoli sono caratterizzati dalla presenza di artistiche chiese, Santa Barbara, Madonna del Carmine, San Teodoro e San Francesco di Paola. L’etimologia del nome Filadelfia deriva dal greco e significa “amore fraterno”. Prima del sisma rovinoso la vecchia città si chiamava Castelmonardo, di cui esistono ancore dei ruderi visitabili, probabilmente fondata intorno all’anno mille dagli abitanti scappati dalla città di Crissa preda dei pirati saraceni.

 

 

Il nostro amico cuoco ci rammenta che Filadelfia è anche importante per le sue fontane che oltre a dissetare le persone abbelliscono con la loro gradevole forma artistica. La più celebre è quella denominata Ficarazza costruita nel 1859 che presenta tre maschere dai cui cannelli fuoriesce, rispettivamente, l’acqua dell’oblio, l’acqua dell’odio, e l’acqua dell’amore. Mestolo per dissetarsi preferisce in l’ultima, quella dell’amore.



di Redazione Calabria