Doberdò del Lago (Gorizia): il paese delle “osmice”


Comune di Doberdò del Lago


All’interno del Carso goriziano, in un territorio particolare all’interno della omonima Riserva Regionale, ad un chilometro circa con il confine sloveno, c’è Doberdò del Lago, uno dei rari esempi italiani di lago senza affluenti, ma che prende acqua attraverso le risorgive e i fiumi sotterranei.


Cittadina di quasi 1500 abitanti, adagiata su un basso altopiano, Doberdò ha origini preistoriche, le cui tracce sono state rinvenute nei “Castellieri”; anche i reperti che ricordano il conflitto del ’15-’18, che ha interessato queste zone per anni, sono moltissimi.


Nell'area si trovano due depressioni che durante i periodi piovosi si riempiono dall'acqua di falda formando così i laghi carsici di Doberdò e Pietrarossa, il cui livello d'acqua è molto variabile, alternando periodi di allagamento con periodi di prosciugamento.


 

Da sempre la gente del posto è stata strettamente legata al proprio lago, dove la pesca di anguille, carpe, barbi, cavedani, trote e lucci forniva cibo in abbondanza per la sussistenza delle famiglie.


Il livello delle sue acque varia in relazione con le portate dei fiumi Vipacco ed Isonzo, le cui acque alimentano il lago attraverso il sistema sotterraneo del Carso goriziano.


Fino a qualche decennio fa erano attive cave di marmo grigio e nero, che alimentavano diverse attività artigianali di taglio e lavorazione delle pietre.


Il terreno ondulato e carsico, con i suoi cespugli e i rari alberi, non ha mai favorito l'agricoltura che si è progressivamente dissolta lasciando lo spazio all'allevamento di bovini e dei suini.

 

La viticoltura si sviluppò dopo l'ultimo conflitto mondiale, quando le altre attività cominciarono a scomparire ed oggi e piuttosto fiorente; non ci sono attività industriali di rilievo, che sono prevalentemente collocate al di fuori del suo territorio.

 

Questa parte della regione è è noto anche per i suoi piatti tipici, tra cui spiccano la jota, un brodo denso con patate, fagioli e crauti, condito con carne di maiale; il gulasch di capriolo con la polenta, la coscia di capriolo; gli gnocchi di pane, i cappucci dolci in tegame, la putizza di noci, i "kuhani štruklji" con noci o ricotta, gli omelette con la marmellata oppure lo strudel di mele.

 

Osmice-

 

Inoltre una delle tradizioni più sentite e amate da queste parti sono le “osmice”, locali o cantine dove si produce, si vende e si consuma il vino.


Nelle "osmice" cinquanta e più anni fa si usava incontrarsi, chiacchierare, giocare a carte e degustare cibo e vino: il quartino con uova sode e pane casereccio, prosciutto, pancetta e salame di casa salsicce cotte con crauti, iota e struccoli.


Di derivazione settecentesca, la loro particolarità era ed è rimasta quella di essere indicata da una frasca esposta sull'uscio del locale e lungo la strada.


Ufficialmente non sono più osmice ma la gente li chiama ancora così; oggi questi locali prestano molta attenzione non solo alla qualità della gastronomia ma anche alla cura dei locali rendendoli più tipici e accoglienti.



di Redazione 35