Michele Moschioni, la sua azienda e il suo mondo a Cividale del Friuli (Udine): i vini di Michele


Azienda Agricola Moschioni, Cividale del Friuli (Udine)


Ho visitato circa duecento aziende vinicole del Friuli e del Veneto, incontrato persone straordinarie e assaggiato vini buoni, anche notevoli e anche no.

 

Parlando con i vignaioli, spesso mi si chiedeva che tipo di vino preferisco, e io dicevo….vini di struttura, importanti e di grado alto…e poi magari aggiungevo….come i rossi di Moschioni. Solo chi li ha assaggiati può capire l’esempio, fatto in totale rispetto per tutti, solo per definire una preferenza, tutto qui.

 

Non siamo proprio a Cividale del Friuli, ma a Gagliano, frazione che si trova scendendo a sud est, prima di decidersi se piegare verso Prepotto o verso Spessa e Corno di Rosazzo e Cormons, sulla strada del Vino dei Colli. La strada dalla piazzetta con la vecchia scuola si dirige verso le colline e in mezzo alle colline c’è la distilleria Domenis, famosa e che produce grappe di qualità.


 

Tutto attorno si spalmano ondulati i vigneti dell’azienda Moschioni, ad altezza variabile, esposti in modo diverso e che, quindi, danno vini diversi. Vini straordinari. E solo vini rossi, ma poi vediamo il perché. Si entra nell’ampio cortile della casa e della cantina e subito ci colpiscono alcuni dettagli, non di poco conto.

 

Prima di tutto lui, Michele, un omone simpatico e gentile e che sa di vino e di campagna, ma sa anche di mercato mondiale e di tendenze, e coniuga la tradizione con la conoscenza e la tecnica, nozioni serve del vino, e non impattanti sull’uva. Poi, sulla destra, un angolo di verde e acqua, rilassante il rumore dell’acqua dice lui, un ponticello stile giapponese, un gazebo e un bel posto per sedersi in estate.

 

Sulla sinistra una lunga fila di alberi di limone, pieni di limoni ..”..e ne abbiamo già raccolti moltissimi ..ci dice la mamma-pollice verde…”. Sotto il portico vestigia della cultura contadina e di fronte la cantina e la sala degustazioni sopra. Dovreste vederla. Una raccolta di affettatrici Berkel unica, una fila rossa e nera da paura, lui le chiama per nome una per una e mi spiega la provenienza e la storia. Perfettamente funzionanti e bellissime.

 

Sul lungo tavolo si allungano le bottiglie e si inizia la conversazione; la prima domanda, scontata, è….come mai solo vini rossi, in questa terra famosa per i suoi bianchi.

 

Dovete sapere infatti che Moschioni produce il Rosso Celtico (Merlot e Cabernet Sauvignon), il Rosso Reàl (Tazzelenghe, Merlot e Cabernet Sauvignon), lo Schioppettino e il Pignolo. In certe annate, ottime, anche il Pit Franc (Merlot) e, in certe altre meno, il Rosso Moschioni.

 

Poi c’è l’olio d’oliva, nato per scommessa, per sfida, per una linea ad alta tensione e una ripicca contro la burocrazia, altra storia. Vini solo rossi quindi, perché lui ama gli autoctoni e perché, a suo avviso, la zona è predisposta per dare ottimi vini rossi, e poi, molto probabilmente, perché gli piacciono e anche, ecco la verità storica, perché, c’è stata la voglia di recuperare antiche piante e proprio qui vicino si producevano le prime barbatelle dopo il disastro filossera di un secolo fa.

 

Proprio qui in zona esperti agronomi avevano valorizzato vitigni semi abbandonati, come appunto Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe, affiancati ai più noti Cabernet e Refosco. Per lo Schioppettino, ad esempio, l’influenza di gente come Nonino e Rapuzzi, ma anche Filipputti e Veronelli, è stata fondamentale per motivare scelte che sono di cuore prima che di cervello.

 

Non siamo alti, dai 100 ai 140 metri della collina più soleggiata, marna e argilloso misto con scheletro il terreno, la composizione si alterna e determina la scelta degli impianti. Le piante giovani non danno uva da etichetta, e si aspetta qualche anno per trarne il meglio, quando le radici golose affondano di più.

 

Stessa filosofia per le bottiglie: sul mercato vanno dopo cinque anni mediamente, e sono scelte costose, ma che ripagano in bocca poi. Sono 14 gli ettari coltivati in zona, zona chiamata Busa dei Moschioni, con la sua famiglia impiantata qui dal 1.500 circa. Cognome legato al territorio, come il simbolo delle etichette, quel rosone Celtico o Longobardo che si trova nel Museo di Cividale. Una bella etichetta.

 

L’azienda nasce agli inizi del ‘900, mista prima e fin dopo la guerra c’è il rapporto di mezzadria, poi nel 1953 l’acquisto dalla Curia dei 13 ettari, molto seminativo all’inizio, poi via via la specializzazione viticola. Alla fine degli anni ’80 Michele Moschioni si mette alla testa dell’avventura e la prima etichetta è del 1989; bianchi e rossi, come si diceva, e poi solo rossi.

 

Produzione bassa, molto bassa 40/50 quintali ettaro che fanno circa 350/360 ettolitri di vino su 14 ettari. In tutto sono dalle 30 alle 40.000 bottiglie all’anno. Chiaro che puntare sulla qualità diventa un obbligo. I vigneti più vecchi hanno circa 70 anni, ma la media è sui 30 circa.

 

I rossi di Moschioni sono famosi in tutto il mondo e la sua agenda del mese prevede viaggi in ogni dove, anche molto lontano, per far conoscere i suoi vini e il nostro Friuli Venezia Giulia. Abbiamo detto dei vini in purezza, poi ci sono il Rosso real (nel senso di vero, non di regale) con 25% Merlot, 25% Cabernet Sauvignon e 50% Tazzelenghe, oggi in vendita il 2007 e il Rosso Celtico, Merlot e Cabernet Sauvignon.

 

Potete trovare in giro ancora delle bottiglie di Picolit, conservatele, perché non se ne faranno più. Tralasciamo i dettagli della vinificazione e dei passaggi acciaio legno legno acciaio vetro: sarà lui a raccontarvele se andrete a trovarlo; un dettaglio però merita essere sottolineato; la vendemmia è selezionata, filare per filare, quasi pianta per pianta e càpita così che lo stesso vino venga raccolto in diverse giornate, due, tre anche cinque e i grappoli intanto riposano in cassette, senza sovrapporsi per evitare di schiacciarsi e…respirando molto, quasi una sorta di appassimento breve, ma che lascia poi il segno in bottiglia e nel numero con il °.

 

Discorso a parte per l’olio d’oliva; ad essere sincero qui in zona ne abbiamo assaggiati altri di buoni e anche ottimi, come questo; l’oliveto nasce dove c’era un bosco, che non si poteva trasformare in vigneto; ma si poteva disboscare e terrazzare e quindi…… piantarvi degli ulivi; piante miste, tipiche della zona, con la bianchera, ma anche leccino, pendolino e altre; sono circa 600 oggi le piante, che hanno quasi venti anni e regalano circa 1.200 litri di olio.

 

Anche qui produzione bassissima, soprattutto se confrontata con la Puglia o la Spagna. Moschioni non fa vino biologico, e qui si potrebbe aprire una discussione sui confini legali delle certificazioni e quelli… naturali dell’aria e del vento che non si fermano alla fine del vigneto di Tizio per non invadere quello di Caio. Altro ragionamento.

 

C’è però naturalità nella campagna: niente diserbanti, nemmeno dissecanti, niente concimazione chimica, si usa lo stallatico e, per finire, niente iscrizione al Consorzio Doc Colli Orientali. Nessuna polemica, solo scelte diverse. Lui stamattina ha fretta, il trattore è ancora rotto, ed è un peccato perché la sua voglia di dirti le cose è tanta e la paziente competenza nello spiegartele molto istruttiva.

 

Come spesso ci accade ci innamoriamo della situazione, e non è la prima volta. Una grande azienda, che fa dei vini straordinari. Non ne abbiamo neanche parlato: meglio così vi stimoliamo a venirli a trovare e assaggiarli. Merita. E anche Cividale del Friuli merita una gita.