Mangiare per Mare, un viaggio gastrostorico: Sumeri, Egiziani, Greci e Romani


Marina Militare Italiana


A cura del Capitano di Vascello della Marina Militare Italiana Alessandro Pini -

 

Sulle navi dei Sumeri avremmo trovato pesce, carne di montone, formaggio di capra, pane e focaccia, miele, verdure, datteri, fichi e melograni, olio di oliva (o di noce), vino di datteri e persino birra (che sembra essere nata proprio in Mesopotamia, mentre il vino deve i suoi natali alla Grecia).


Gli Egiziani furono i primi ad avere una flotta vera e propria e le città portuali, anche non egiziane, dovevano rifornire le navi di passaggio. Nel Papiro di Harris (metà XIII sec. a.C.), si parla di focacce (“rehes”) e carne secca, oltre che di ben trenta tipi diversi di pane. Gli Egiziani si erano posti anche il problema della conservazione del cibo e nel bassorilievo di Beni Hasan (fine del II millennio a.C.), si trova raffigurato l’uso di salare i pesci prima della consegna a bordo, pratica che ne consentiva una migliore conservazione. 


Anche nella storia greca troviamo testimonianze interessanti: il “gastrosofo” Archestrato di Gela (circa 330 a.C.), nell’“Hedypatheia” (Poema del buongustaio), racconta i suoi lunghi viaggi alla ricerca delle migliori prelibatezze e parla del pane, dei pesci, della selvaggina, della produzione e della conservazione del vino. Si potrebbe vederlo come un critico gastronomico dell’epoca: infatti, quale cultore dell’arte del piacere e seguace di Epicuro, critica i cuochi siracusani che “imbrattano” il pesce con “untumi e caci vari” e raccomanda di condirli solo con sale, olio e qualche erbetta odorosa.


I Romani avevano una terribile paura del mare ed ebbero una flotta stabile solo nel 338 a.C., una flotta la cui forza motrice erano gli schiavi rematori. Questi poveretti erano legati alle panche e, per quanto costretti a remare fino allo sfinimento, avevano bisogno di mangiare. Quindi, anche sulle navi romane si poneva il problema del cibo a bordo: avevano per lo più pesce sotto sale e il famigerato “garum”, un liquame maleodorante, fatto di interiora di pesce lasciate macerare al sole per mesi, che i Romani amavano così tanto da metterlo ovunque e con cui condivano ogni tipo di pietanza.

 

A bordo non mancava il formaggio, si mangiava la gustosa “maza” (una zuppa di farina, acqua, olio o vino, sale, miele) e il “moretum” (farina, formaggio, aglio, ruta, aceto, olio e uova). Molto diffusa era, inoltre, la “dura”, un pane duro, quasi biscottato. A bordo c’era anche il vino, per il suo potere corroborante e ottundente della mente nella fatica, conservato con spezie e resine, come usa ancora oggi nella “retsìna” greca. Vi sono anche testimonianze di navi in cui si mangiavano ostriche (provenienti dalla Britannia), che venivano conservate con neve pressata.


A proposito di vino, curioso sapere che i Romani sono stati anche i primi ‘creatori’ dei vini DOC: infatti, sui tappi delle anfore veniva impresso il marchio di spedizione, il tipo di merce e la provenienza, i cosiddetti “tituli picti”. L’Ammiraglio era il “Praefectus classis”, responsabile dei rifornimenti, delle costruzioni e dell’armamento della Nave ed esistevano già delle Ditte private che organizzavano dei ‘symposia’ sulle navi, un nostro servizio di catering….“ante litteram”!


Un’ultima curiosità: i comandanti delle navi avevano dei veri e propri elenchi con le “stationes”, località più adatte dove rifornirsi di cibo: come se avessero una sorta di Guida Michelin dell’antica Roma.
 




di Redazione 1