Profumi, tradizioni e atmosfere del Natale


Mondo del Gusto - Redazione di Cuneo


di ANDREA DI BELLA


E’ Natale! Una festa bellissima che mi porta lontano con la mente. Mi fa rivivere il tempo dell’infanzia, l’attesa della Novena, della Messa di mezzanotte. Il momento dei regali, pochi ma mi rendevano felice, il giorno degli auguri, l'ansia per costruire il presepe.

 

Era il tempo dei dolci, dei biscotti alla mandorla e vaniglia che preparavano le mani sapienti di mia madre (indimenticabili, ne mangiava tutto il quartiere!) e del pane, fatti nel forno del cortile che guarda la ferrovia, dei buccellati di uva passa e dei fichi secchi.

 

Ricordo che, se capitava di sfornare nel momento in cui si fermava il treno, ancora a vapore, davanti al cortile, di quelle delizie irripetibili ne assaggiavano anche i macchinisti, con le mani sporche di carbone, che per l’occasione si fermavano proprio lì, sicuramente attirati dal profumo che fuoriusciva dal comignolo.


 

E il fumo della vecchia locomotiva si fondeva con il fumo che profumava di pane e di biscotti e andavano via insieme, lontano. Auguri… Buon Natale!

 

 

Come fai a dimenticare quel profumo di lievito che invadeva tutta la casa per due giorni.

 

E quel torrone straordinario con le mandorle di Sicilia e il miele agli agrumi dell’Etna che mia madre rigirava su una lastra di vecchio marmo bianco per delle mezz’ore, dopo una cottura sul focolare che sprigionava odori che ti restavano nel naso fino all’Epifania…


Una festa che mi porto dentro, il ricordo di quel fuoco acceso, in quelle giornate di freddo, che mi teneva compagnia, i sapori del pranzo della festa, lo scambio di auguri semplici di gente semplice che aveva messo per un giorno l’abito bello!

 

La visita alla zia Giuseppina che, per l’occasione, aveva preparato i divini e morbidissimi mostaccioli col ripieno di vino cotto, che solo lei sapeva fare così buoni. E in ciascuna famiglia si preparavano i dolci caratteristici del Natale, era un rito, una tradizione, quasi un obbligo.

 

Era il tempo del presepe. Un paesaggio di pietre nere dell’Etna, di sugheri uniti e attaccati con argilla o con cartone e coperti di tenero muschio raccolto ai bordi delle trazzere di campagna, lungo gli argini dei torrenti, dipinti a colori che imitavano la natura. Quà un monte o una catena di monti, ora ripidi, ora scoscesi, ma grati di guardarsi, sui quali si arrampicavano, si inerpicavano capre e buoi guidati da pastori di terracotta stupendi.

 

 

Laggiù una valle, ove il gregge va piluccando qualche filo d’erba, ginestre e fichidindia, corbezzoli e ulivi. Più in basso una grotta o una capanna, con i pastori intenti a mungere le pecore, la massaia a sfornare il pane, il maniscalco a modellare il ferro e la vecchietta a trasportare la legna. Verso la valle, ove finisce una collina, c’è un ruscello dalle acque limpide e un ponticello per i passanti.

 

Sulla sponda qualche pescatore con la sua brava canna (cimedda) e la sua sportina. Contadini che zappano, pastorelle cariche di frutta, di pane, di colombe, la vecchia coi pulcini, il ricottaio, il cacciatore, il venditore di broccoli, il suonatore di flauto, tutti si avviano verso la grotta. E qui un suonatore di cornamusa (ciaramedda) si scopre il capo, e, in cammino, pastori che portano i loro doni. In fondo, un bambino di cera, adagiato sopra una nuda mangiatoia, coperta appena da un filo di fieno, con ai lati il bue e l’asinello inginocchiati, e poi Maria e San Giuseppe in atto umile e pio, col bastone fiorito.

 

Al fine di acquistare una ventina di questi pastori noi fanciulli mettevamo da parte, per settimane se non per mesi, qualche soldo per comprarli. Nelle case dei nonni un profumo inebriante veniva fuori dall’uscio: erano le tavolette di fichi, i castelletti di mele, nespole, pere, noci, mandorle, castagne e noccioline, conservati per la festa. Queste erano il premio dei giochi della notte di Natale.

 

Si giocava a carte con gli amici che si raccoglievano a veglia. I ragazzi serrando in pugno poche nocciole invitavano uno dei compagni a indovinarne il numero o se erano pari o dispari. I giochi andavano avanti per ore, intervallati dalla cena o da altro diversivo. La cena, rallegrata dall’immancabile fiasco di vino padronale delle vigne dell’Etna, aveva i suoi cibi della tradizione. Le sfinci, paste frolle fermentate, fritte e cosparse di zucchero o miele. La pasta ncasciata, la scacciata, la ‘mpanata e il baccalà fritto.

 

 

Ma il trionfo era nei pani e nei dolci di varie forme che si passavano in regalo da una famiglia all’altra, e poi la cotognata dalle mille forme, l’indimenticabile torrone, i cuddureddi di vino cotto, i mustazzoli.

 

Natale ti resta dentro, scolpito nella memoria, scandisce il tempo della vita, dei ricordi, assume significati diversi a seconda dell’età in cui lo vivi.


Forse non è senza significato che oggi del Natale tradizionale a resistere sia soprattutto il suono delle zampogne. Nulla meglio del dolore lacerante del loro suono può esprimere il senso attuale di questa festa. Sono frammenti sofferti di memoria che la civiltà contemporanea ha cancellato: un mondo che non ha più Natale, dove le pause del lavoro vengono celebrate con altri riti, in un orizzonte oscurato dall’angosciosa ricerca della ricchezza, del potere e del successo.


Auguri lo stesso… a tutti!



di Andrea Di Bella