La Mela Rosa dei Monti Sibillini (Fermo)


La mela rosa è una varietà tradizionale coltivata praticamente nell’intera zona pedemontana dell’Italia centrale e particolarmente in quella preappenninica dei Monti Sibillini, tra i 450 e i 900 metri slm.

 

Un tempo le mele rosa erano preziose e ricercate soprattutto per la loro serbevolezza: raccolte nella prima decade di ottobre, infatti, si conservano perfettamente fino ad aprile.

 

Si tratta di una varietà antica, conosciuta anche come pianella, rosetta, durella o appietta, presente tipicamente, in esemplari sparsi, anche negli orti e nei giardini, dov’era parte del tradizionale frutteto familiare. 



Il frutto della mela rosa è medio-piccolo, irregolare, con una forma appiattita; la cavità da cui parte il peduncolo è mediamente profonda e stretta; l’estremità opposta invece è poco profonda e larga.


 

Il peduncolo è molto corto; la buccia è liscia, di medio spessore, di colore verde intenso soffuso o striato di rosso-vinoso, e per questo la mela è detta “rosa”, con il caratteristico colorito rugginoso nella zona peduncolare; la polpa è bianca, traslucida, soda, croccante, di sapore zuccherino acidulo.

 

L’elevata resistenza della mela rosa alle malattie tipiche e agli insetti è dovuta sia alla particolare localizzazione geografica e al clima, sia alle caratteristiche genetiche di questo prodotto.

 

Le piante, che sono idonee per una coltivazione a basso impatto ambientale, non hanno infatti bisogno di particolari trattamenti antiparassitari rispetto a varietà più diffuse sul mercato.



Le peculiari condizioni climatiche della zona, prime fra tutte l’escursione termica giornaliera e stagionale, interferiscono positivamente sulle caratteristiche organolettiche del prodotto, rendendolo unico e particolare.

 

Le mele rosa dei Monti Sibillini, che sono un Presidio Slow Food, sono buone ma poco appariscenti e, in un mercato che predilige il bello al buono, non riescono a competere con le altre tipologie di mele, più grandi, regolari e dai colori brillanti.

 

La loro coltivazione era stata quasi completamente abbandonata ed era sopravvissuto solo qualche vecchissimo albero sparso, ma da qualche anno sono tornate in coltura, grazie al lavoro della Comunità Montana dei Sibillini, che ha reintrodotto sul territorio gli ecotipi conservati nei centri di ricerca locali dell’Agenzia Servizi Settore Agroalimentare della Regione Marche.



di Redazione 35