Mangiare per Mare, un viaggio gastrostorico: Lessico di Bordo


Marina Militare Italiana


A cura del Capitano di Vascello della Marina Militare Italiana Alessandro Pini -
 

Mangiare per mare non è cosa semplice. L’ambiente particolarissimo, un clima spesso infido, le difficoltà di conservazione, hanno da sempre costituito le principali sfide dei marinai di tutti i tempi, come testimoniato da tutti i più noti autori di narrazioni di mare (Melville, Stevenson, Kipling, Verne, Salgari, Conrad, London, Goldoni e Coleridge), che hanno evidenziato la semplicità e la frugalità dei marinai, identificandoli nel corso dei secoli per la galletta immersa nella zuppa, per l’odore di cucina che li rivestiva, per il rhum sempre vicino, per il mangiare scomodo, rapido, senza concessioni alla gola.

 

Certamente, le moderne tecnologie assicurano un livello di igiene alimentare molto elevato, ma nella sua sostanza il mangiare a bordo ha mantenuto inalterati alcuni caratteri che lo contraddistinguono e lo rendono unico. In primis la Nave: un ambiente particolarissimo, dove le attività sociali vengono drasticamente modificate e ridotte e dove il mangiare costituisce una delle poche attività piacevoli possibili e assume un ruolo compensativo di un complesso di “vuoti”, determinati dal distacco dal proprio consueto ambiente di vita.

 

Poi il condizionamento dei fattori atmosferici; la difficoltà di conservazione degli alimenti (tormento di ogni navigante fin dalle epoche più remote), ma di contro la necessità di disporre vivande fresche; la preparazione in spazi ristretti, quali quelli del bordo; il consumo del pasto tra turni di guardia, con alterazione del ritmo circadiano. Ma – fattore di importanza cardinale – resta la convivialità, la condivisione del cibo, la necessità per l’uomo, essere squisitamente relazionale, di dover condividere con i suoi simili la mensa, di avere “commensali” appunto, con i quali esorcizzare paure, comunicare fantasie, struggersi dalla nostalgia per la casa lontana.

 

Prima di iniziare questo viaggio gastrostorico, è necessario conoscere un po’ di terminologia. Il termine “rancio” sembra derivare dallo spagnolo “rancho, rancharse”: luogo di riunione, camerata di soldati, riunirsi per il pasto ed è in uso nella Marina toscana fin dal 1804. Il termine designa anche i gruppi di marinai nei quali era suddiviso l’equipaggio fino all’entrata in scena del “self-service”; la consumazione del pasto a turno; chi apparecchia, cuoce e scodella il rancio; l’insieme della tavola e delle attrezzature (panche e stoviglie) e, infine, lo stesso cibo.



Il termine “Gamella” (dal latino “camella”, vaso da bere), indica un recipiente in ferro stagnato, con manici e coperchio, nel quale si versa la minestra spettante a ogni singolo “rancio”, ma anche tutti gli utensili della tavola (piatti, bicchieri, posate, tovagliato), assegnati alla singole mense. La mitica galletta, che ha accompagnato i marinai per millenni, nelle sue varie forme, deve il suo nome al fatto di essere dura come un ciottolo, “Gal” in provenzale. Dal turco “Tcheurmè” (luogo dove si remava, poi gli stessi vogatori), deriva “ciurma”, termine che spesso assume un’accezione negativa. Infine la famosa “gavetta”, dal latino “cavus” (concavo): ne parla già Marziale chiamandole “gabatae”, per indicare grandi scodelle in legno, dove mangiavano i galeotti. Dall’essere utilizzata dall’ultimo gradino della gerarchia di bordo, deriva la famosa, quanto ormai desueta espressione, “venire dalla gavetta”, “fare la” gavetta”.
 




di Redazione 1