Vins Exstremes 2017: parlano i vignaioli eroici, tra passione, fatica e felicità


CERVIM


 

A cura di  ANDREA DI BELLA

Viticoltura eroica e di montagna, caratterizzata da forti pendenze, piccoli sistemi viticoli su terrazzamenti o gradoni, ambienti vinicoli delle piccole isole, gestione difficile degli appezzamenti, elevati costi di produzione, importante valore paesaggistico, socioculturale, presenza dell’uomo e conservazione dell’ambiente.

Vigneto sopra Bard

Sono questi alcuni principi fondamentali che stanno alla base del disciplinare della cosiddetta “viticoltura eroica”, ideato da Cervim,  centro di ricerca, studi e valorizzazione per la viticoltura montana.


Ma sono i produttori estremi, gli uomini e le donne del vino che vivono, interpretano, studiano, lavorano questi piccoli fazzoletti di filari straordinari, i veri protagonisti di questi territori strappati alla montagna, alle rocce, al mare. Sono loro che dettano la storia, producono amore per la terra, conservano e tramandano la bellezza del paesaggio, trasmettono emozioni e passioni alle future generazioni.



E allora, siamo andati a trovarli questi eroi della terra e del vino, riuniti al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, in occasione di Vins Extremes 2017. Ascoltare il racconto, la fatica che c’è dietro ogni sorso di quel vino eroico, la storia e le suggestioni, ma soprattutto le motivazioni di scelte coraggiose e affascinanti è come aprire un regalo: è attesa e felicità.


Partiamo dalla Toscana, dal cuore delle Alpi Apuane, sulle colline di Massa e incontriamo Tania Giusti del Podere Scurtarola di Lorieri. Ci racconta narra subito della ‘Cantina di marmo’, collocata a 1000 metri di altitudine, all’interno di una cava da dove si estraggono marmi pregiati, cari anche a Michelangelo. "Uno scrigno prezioso, la Cava Capraia, raggiungibile in fuoristrada, da dove si estrae il ‘fior di pesco’, immersa in un territorio unico. All’interno di un cilindro di marmo riposa per 12 mesi il mosto, dando origine a un vino che non è disponibile in commercio ma che solo pochi fortunati riescono a degustare solo lì. È un vino eroico perché l’uva di quel mosto è coltivata nei Colli di Candia, con pendenze fino all’80% e il mosto trasportato nel cilindro e affinato nella cava. Questa è sperimentazione, mentre la tradizione nasce nell’800, quando il bisnonno Federico cominciò a produrre vini su questi vigneti impervi (solo 5 ettari di vigneto). La vite affonda tra arenarie e argille, sorretta da terrazze realizzate come 2000 anni fa, solo con zolle erbose e trova notevoli difficoltà a trovare spazi coltivabili, tra boschi di pini, eriche, ginepri e mirto. Qui il vino ha il sapore di questa terra sacrificata”.

Podere Scurtarola di Lorieri

Dalle Alpi Apuane al territorio ligure il passo è breve, ma le fatiche della coltivazione del vigneto sono le stesse. Ce lo testimonia Laura Basso dell’Azienda agricola Durin, di Ortovero, (Savona). “A 8 chilometri dal mare del Ponente ligure, tra le province di Savona e Imperia, la nostra azienda produce vino da tre generazioni. Mi sento un’eroina perché coltiviamo in 16 ettari, sparpagliati in 4 comuni, 240 appezzamenti, dai 60 ai 700 metri s.l.m. Vino, storia e cultura fanno parte della nostra filosofia, perché siamo penultimi in Italia per la produzione di vino e se non valorizzassimo questi aspetti saremmo sfavoriti in partenza; invece con caparbietà e passione portiamo avanti progetti sui vitigni tipici del territorio della Valle Arroscia, Vermentino, Rossese, Ormeasco. Siamo stati i primi qui a produrre la prima bollicina metodo classico con rifermentazione in bottiglia, utilizzando uve autoctone. L’unicità sta nel fatto che affiniamo all’interno delle stalattiti millenarie delle Grotte di Toirano (15°C di temperatura e 90% di umidità), in particolare dentro la grotta della Bàsura (strega in dialetto). Una sperimentazione che ha richiesto tanti sacrifici ma che possiamo definire  una favola a lieto fine (ogni tanto succede)!”.


Andiamo a fare due chiacchiere con Orietta Zanotelli della  Società Agricola Zanotelli della Val di Cembra, (Trento) in Trentino Alto Adige, un territorio dove il vigneto disegna la bellezza del paesaggio: “Un territorio fatto da ardite terrazze vitate con interminabili muretti a secco, pendenze forti e spettacolari, con una viticoltura antichissima, che ha saputo creare il cosiddetto ‘Paesaggio Rurale Storico d’Italia’. Produciamo bianchi profumati in primo luogo e anche gli aromatici. Coltiviamo dai 500 agli 800 metri s.l.m. e abbiamo dovuto piantare varietà resistenti o adattabili al terreno, con parecchie difficoltà. I vini sono fruttati, minerali, con un finale sapido, conferito dalla roccia di porfido. Produzione a bacca rossa più in basso e bacca bianca e aromatici sulle alture. Una valle, romantica e selvaggia che, come nessuna, ha un legame profondo con la terra”.

Società Agricola Zanitelli in Val di Cembra

Nora Castellani dell’Azienda Vitivinicola Castelsimoni di Cese di Preturo, a 8 chilometri da L’Aquila, ci porta in Abruzzo. “A 800 metri s.l.m., interpretiamo il territorio con vigneti a forte pendenza, terreno calcareo, escursione termica importante; abbiamo impiantato vitigni con caratteristiche che si possano bene adattare a questa altitudine, maturazione precoce e resistenza alle basse temperature. Mi sento un’eroina in quanto abbiamo dovuto superare molte resistenze di pensiero, prima di avere ragione, poiché L’Aquila non è vocata alla viticoltura e i miei concittadini  vignaioli si sono sempre ostinati a coltivare Montepulciano, non adatto a questo territorio estremo. Ed ecco il Pinot nero, il Traminer aromatico, il Riesling renano, vini fermentati con l’ausilio di lieviti autoctoni, non filtrati, ma chiarificati naturalmente. Crediamo in questo territorio, lo interpretiamo, pensiamo sia la nuova frontiera per non cadere nel ‘già visto’. Innovazione, passione per il vino, stare insieme e felicità”.


Concetti importanti che muovono le idee di questi viticoltori tenaci e coraggiosi, ma anche di viticoltrici. Si racconta, infatti, un’altra eroina del vino, che, grazie a un incessante impegno,  al recupero e alla valorizzazione di varietà autoctone, è riuscita a costruire un patrimonio viticolo straordinario, contribuendo alla bellezza incomparabile di un tratto di Costiera Amalfitana. Lei è Marisa Cuomo, che col marito Andrea Ferraioli e i figli Dorotea e Raffaele, gestisce le Cantine Marisa Cuomo a Furore, in Campania, provincia di Salerno.

Cantine Marisa Cuomo

“Produciamo tra viti aggrappati alla roccia a strapiombo sul mare, con sacrificio e impegno; solo l’amore per il nostro territorio ci fa andare avanti. Vigneti diffusi, piccoli fazzoletti di terra verticali, tra i 250 e i 700 metri s.l.m., nei comuni di Furore, Ravello, Cetara, Vietri sul Mare: sole, mare e montagna trasmettono caratteristiche uniche ai nostri vini. Viviamo in simbiosi con questa terra; qui le viti centenarie, allevate a piede franco, crescono in orizzontale e sdraiandosi su roccia e terra, piombano a terrazze sul mare. Ci hanno definiti ’restauratori del territorio’ poiché, negli anni, abbiamo recuperato tante piccolissime vigne ormai abbandonate, figlie di vecchi contadini che in questo modo aiutiamo a trarre reddito dal vino, a sopravvivere. Di questo siamo fieri. Grazie a questo tuteliamo il paesaggio  di chiazze, tra etica ed estetica”.


E dal mare meraviglioso della Costiera allo scenario incantevole delle montagne della Valle d’Aosta. Vi portiamo a Chambave e ascoltiamo  il racconto di Sandro Theodule, presidente della Cooperativa  La Crotta di Vegneron di Chambave. “Siamo una Cantina storica della valle, dove una settantina di viticoltori si distribuiscono tra i territori di Chambave e Nus. Uomini appassionati e orgogliosi che continuano a lavorare manualmente una terra ricca di storia, ma difficile da coltivare. Piccoli lembi di terrazze sparse su pendii inimmaginabili complicano non poco la vita di questi contadini coraggiosi, che, con vigore, riescono però a mantenere un rapporto d’amore tra vigna e territorio. Qui si valorizzano vitigni autoctoni, dai 500 agli 850 metri s.l.m., come Petit Rouge, Fumin e tradizionali quali il Muscat de Chambave e Nus Malvoisie: vini che parlano di questo terroir variegato, che riescono ad esprimere con forza lo spirito di queste montagne piene di fascino. Vini che, senza le braccia di questi uomini che hanno scelto di vivere tra questi ciottoli, sarebbero destinati a morire”.

La Crotta di Vegneron

Non poteva mancare il territorio piemontese, quello ultimo, ai confini con questa valle, quello di Carema. Una tradizione millenaria quella del vino di Carema che Mario Soldati definiva “forte e simpatico come un gusto di sole e di roccia”. Incontriamo la passione giovanile e l'entusiasmo di  Gianluca Bonin, socio conferitore della Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema: “Purtroppo assistiamo all’abbandono dei vigneti, gli anziani non lavorano più e i giovani non si avvicinano alla coltivazione dei vigneti. Si rischia l’estinzione del paesaggio rurale, paesaggistico e culturale di Carema. È il sacrificio il motivo principale che tiene lontane le nuove generazioni dalle vigne, occorre dedizione e volontà, dedicare tempo ad una manualità che è necessaria e che, per mantenere il metodo di coltivazione a pergola, comporta quattro volte la manodopera di un vigneto comune. Non c’è ricambio generazionale, anche per un motivo economico; per mettere su una cantina bisogna investire, avere una copertura economica. Coltivare la vigna qui significa saper aspettare, non c’è redditività immediata; il Carema fa un anno sulla pianta e due anni in botte per cui bisogna avere un sacco di soldi. Concludo, però, con la speranza, disegnando uno scenario che nei prossimi 5-10 anni potrebbe cambiare la realtà: ultimamente, giovani laureati in enologia stanno acquistando terreni, vigne incolte, bonificando e impiantando nuovi vigneti…chissà magari tra 4 o 5 anni questi nuovi produttori daranno una boccata di ossigeno a questo territorio, creando concorrenza e questo sarà un bene per il mercato”.

Tenute Lombardo 

Ripercorriamo lo stivale che profuma di vino, eroico e non, per giungere nell’Isola del Sole, in Sicilia, più precisamente a Caltanissetta, al centro dell’isola, dove Giuseppe Lombardo quasi 50 anni fa si è dedicato alla coltivazione della vite. Incontriamo Gianfranco, figlio di Giuseppe, che con i due fratelli gestisce le Tenute Lombardo. “Siamo contenti che questa manifestazione da diversi anni premia le nostre fatiche, in un territorio per anni dimenticato dalla viticoltura; vogliamo far capire che anche a Caltanissetta si produce vino, oltre i 550 metri d’altezza, dove gli autoctoni danno un’espressione ‘totale’, per questo riusciamo a produrre dallo spumante al vino dolce, espressione caratteristica del territorio. Terroir calcareo, sbalzi termici notevoli (fino a 15°C giorno-notte), distanza dal mare, bassa piovosità conferiscono qualità eccellenti alle nostre uve, freschezza, frutto, intensità e persistenza. I sapori della vigna vengono trasferiti nel bicchiere. Pensiamo al presente ma guardiamo al futuro, abbiamo ristrutturato un antico casolare in altura, testimone del tempo della vita agreste, da dove si domina il mare di Licata, in lontananza, fino alle Madonie. Partecipando alle fiere internazionali e dal confronto abbiamo capito cosa si fa sul vino nel mondo, che c’è tanto spazio, la gente vuole bere bene… ci sono i presupposti per bere un Catarratto tipico o un Nero d’Avola altrettanto tipico della nostra zona. Sogno, fiducia e coraggio per crescere”.

 

Dal sole della Sicilia alle meravigliose spiagge della Sardegna. E passiamo al racconto di Raffaele De Matteis, presidente della Cooperativa  Cantine Sardus Pater di Sant’Antioco: “Siamo nel sud ovest della Sardegna, un territorio estremo per la tipologia di prodotto, (Carignano del Sulcis), per il piede franco (vitigno non attaccato dalla filossera perchè affonda le radici nella sabbia), per la resa molto bassa (30-40 q.li per ettaro) e perché ci troviamo in un’isola. Qui si coltiva ancora con tecniche tradizionali, (‘alberello latino’), tramandate di padre in figlio. La Cooperativa, con 200 soci e 250 ettari di terreni, produce soprattutto sull’isoletta, in una cornice di macchia mediterranea fantastica, che rilascia alle viti i sentori di corbezzolo, erica, mirto e ginepro; i vigneti hanno una vita media di 60-70anni, raggiungendo, in alcuni casi, anche i 150 anni. Una particolare longevità dovuta al piede franco. Vigneti eroici perché siamo penalizzati dal clima, qui si soffre la siccità, i filari ricevono acqua solo quando piove, siamo sulle sabbie a livello del mare. Il Carignano fortunatamente si è adattato all’habitat e riesce a sopravvivere anche a questa carenza d’acqua, si presume, attingendo all’acqua salmastra. Profumi e sapori di un territorio unico”.

Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle

Lasciamo la ricca macchia mediterranea della Sardegna e ripercorriamo la bellezza travolgente del paesaggio vitivinicolo italiano fino a raggiungere il terroir più alto d’Europa. La Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle è proprio ai piedi del Monte Bianco, in Valle d’Aosta.  Qui si produce il Vino del ghiaccio, sui terrazzi coperti di neve. La vendemmia avviene in inverno, di notte. Ci racconta il territorio Ivan Spatari, vice presidente della Cooperativa, che con orgoglio ci fa capire le difficoltà di coltivare la vite a 1200 metri s.l.m., ma anche la felicità degli 80 proprietari di 20 ettari di vigne a pergole basse. “La cooperativa ha contribuito alla salvaguardia del patrimonio vitivinicolo di questa valle; senza di essa avremmo assistito ad un inevitabile declino del Prié Blanc, coltivato su piede franco, unica varietà autoctona valdostana a bacca bianca. Un mosaico di piccoli appezzamenti sorretti da secolari muretti a secco rendono affascinante, davvero unico il paesaggio. Il bello dei nostri piccoli soci è vederli lavorare a 1000-1200 metri, ai piedi dei ghiacciai del Monte Bianco, piegati sotto la pergola bassa, tra le pietre (pilun) e i legni che sorreggono le viti, in condizioni ambientali difficili, ma caparbiamente felici del frutto di tanto lavoro, per la tutela del paesaggio rurale e la difesa della biodiversità. Viticoltura più che ‘eroica’!”. 

 

E che cos'è la felicità se non un'idea, un concetto che racchiude il coraggio, il sogno, la visione, il non arrendersi. Grazie eroi di questo tempo, di 'questo' mondo del vino che rischierebbe di scomparire... viva la felicità!

 



di Andrea Di Bella