Nostalgia della civiltà contadina con “L’albero degli zoccoli”, di Ermanno Olmi, ieri sera in Tv.


Mondo del Gusto - Redazione di Torino

Email: torino@mondodelgusto.it


Date ed orari:
dal 10 aprile 2020 al 31 dicembre 2020


A cura di ANDREA DI BELLA

“Quello che un autore mette in un film è la parte migliore della propria vita, per questo risulta impossibile stabilire quale momento di vita risulti migliore rispetto a un altro”.
         E. Olmi

 

Il 23 settembre 2013, presso il Teatro Politeama Boglione di  Bra, si era tenuta la Cerimonia di conferimento della Laurea Honoris Causa a Ermanno Olmi.

Ermanno Olmi a Pollenzo

Gliel’aveva conferita l’Università degli studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo “per il suo appassionato lavoro pluriennale attento al mondo contadino, improntato al rispetto della natura e delle piccole cose, caratterizzato da una particolare sensibilità per le stesse tematiche che sono, da sempre, al centro dell’attività dell’ateneo”.



Tra le righe del suo discorso agli studenti, il regista aveva voluto sottolineare il modo di rapportarsi con il cibo: «Così come ogni piatto deve avere il suo sapore originale, così ogni parola, ogni discorso deve avere quel profumo unico, non ci si deve distrarre per non far bruciare l‘arrosto. E a voi studenti lascio una raccomandazione: Cucinate non per voi ma per gli altri, per la convivialità, per l’amicizia, per lo stare bene insieme. E se anche siete soli, mettete un altro piatto davanti al vostro e parlate con un ospite immaginario. Vi assicuro, è molto meglio che rimanere soli. Auguro a tutti un buon futuro».


Nel 1978, conquista la Palma d’Oro al Festival di Cannes con “L’albero degli zoccoli”. Il film, girato con attori non professionisti, ottiene una risonanza mondiale e porta sullo schermo la vita dura dei contadini di inizio Novecento.


“L’unica, vera, insostituibile civiltà che si può definire compiuta è quella contadina”, ripeteva il regista bergamasco.

 

E il Maestro la descrive con i gesti quotidiani, attraverso l’esperienza del lavoro nei campi, nella stalla, l’incanto della vita familiare, semplice e sottomessa, i tempi della natura, i sacrifici della vita contadina, la religiosità e l’umanità dei personaggi che non chiedono altro che di vivere con dignità una storia ordinaria basata sul lavoro e sugli affetti.Lo stesso uso del dialetto, tipica sfumatura di colore della commedia all’italiana, diventa nel film il luogo dell’intimità, dell’appartenenza alla comunità, del sentirsi a casa o della nostalgia.


«Il Novecento ha conosciuto, oltre a due guerre mondiali, che hanno sterminato universi di umanità, grandi trasformazioni che altre epoche non hanno vissuto. Il mondo contadino che, sino al trascorrere dell’ultima guerra, rappresentava oltre il cinquanta per cento della popolazione attiva della nazione, nel corso di pochi lustri, ha abbandonato le campagne per le aree industriali, la comunità per la città. Questa diaspora di una cultura, che per diecimila anni ha antropizzato, ferito e curato, lavorato e addomesticato la terra, diventa partecipe di un nuovo modo di intendere la vita, di interpretare il mondo.
I ritmi spazio-temporali che avevano scandito le campagne vengono improvvisamente cancellati per conformarsi ai nuovi ritmi che la modernità, la fabbrica impone. Il tempo della natura che dialogava, in un ancora prossimo passato, con l’uomo in un rapporto di addomesticamento per molti versi sostenibile, nel giro di qualche stagione è diventato artificiale».


Queste sono solo alcuni concetti che, con calore e commozione, l’allora Rettore Piercarlo Grimaldi aveva inserito nella sua Laudatio.


«Con L’Albero degli zoccoli, firma un esemplare film sulla condizione tradizionale del mondo contadino, che appare a prima vista fuori da ogni linea culturale egemonica del momento, ma che si impone subito per la sua forte provocazione ideale. Quel mondo che pensavamo di avere tutti abbandonato, che non era utile né ai fini cui tende il capitalismo perché considerato marginale allo sviluppo economico della società, né a quelli marxisti, perché espressione di una cultura subalterna, priva di una razionale visione politica del mondo utile per un’alleanza rivoluzionaria, ritorna ad essere un fondamentale della società italiana».


Una carriera ricca, densa e laboriosa, quella di Olmi, che lo pone tra i grandi maestri del cinema internazionale.

Nel 2018 il Grande Maestro ci ha lasciati per sempre. Ecco come il presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche Carlo Petrini, alla notizia delle scomparsa, commentò l’addio ad una delle figure di grande spicco del mondo della cultura italiana:


«Con Ermanno Olmi perdiamo un grande amico e una figura che ha saputo narrare in maniera unica la ritualità e la spiritualità del mondo contadino. La sua sensibilità e la sua attenzione alla civiltà rurale hanno costituito un esempio di come l’arte possa essere lo strumento per raccontare al contempo con delicatezza e forza un pezzo della nostra identità di cittadini. Le sue opere ci hanno emozionato, così come ci emozionava la sua parola, decisa e visionaria anche nell’ultimo difficile periodo della sua vita. Ermanno è stato una persona straordinaria, che ha consegnato al mondo capolavori del cinema senza mai dimenticare l’attenzione verso gli umili. Oggi ci ha lasciato una delle menti più lucide e generose del nostro tempo».

 

Ermanno Olmi era nato a Bergamo nel 1931 da una famiglia di origine contadina e operaia

Nelle foto alcune scene del film.



di Andrea Di Bella