"Tibet. Tesori dal tetto del mondo 2012" appuntamento a Cà dei Carraresi a Treviso

Treviso, 18.11.2012, di Paola Rizzardo

 

Dal 20 ottobre 2012 al 02 giugno 2013, a Treviso -

 

Tibet. Tesori dal tetto del mondo.

                                                                                                                 

                                                                                                                    Articolo di Lieta Zanatta.


Il mantra sommesso e incessante aleggia tra le sale, dove sono in mostra le statue di Siddharta e le effigie di Budda, gli oggetti dei cerimoniali sacri, le maschere divinatorie e le vesti etniche.

“Om mani padme hum” (Salve, o gioiello nel fiore di loto) è l’invocazione sacra che accoglie il visitatore alla grande mostra: “Tibet. Tesori dal tetto del mondo” inaugurata sabato 20 ottobre 2012 a Treviso a Ca’ dei Carraresi, che rimarrà aperta per oltre sette mesi fino al 2 giugno 2013.

 

E’ il risultato di un lavoro di ricerca durato due anni del curatore Adriano Màdaro per Fondazione Cassamarca, che lo ha portato nelle città tibetane di Lhasa, Shigatze e Gyantze, nel museo delle Nazionalità di Pechino fino nella Città Proibita, tra le collezioni imperiali, per portare a Treviso preziose e significative testimonianze. Il risultato sono oltre 300 reperti, alcuni molto particolari, arrivati a Treviso in 26 cassoni pesanti 5 tonnellate.

L’esposizione, che copre un periodo che va dal XIV secolo fino ai giorni nostri, si apre con due enormi colonne girevoli di bandiera di seta, che introducono a una serie di stanze dove sono rappresentate le diverse divinità buddiste.

Di grande valore artistico sono i Thangka, finissimi dipinti di carattere religioso con tarsie di seta, esibiti al pubblico solo in occasione di grandi cerimonie, che rappresentano gli episodi della vita dei santi monaci o dei Dalai Lama del passato.

Dopo le formelle pietre-mani, formate dall’argilla impressa da stampini, sono visibili degli oggetti rituali tantrici ricavati da calotte craniche e tibie umane appartenenti “generalmente a un monaco o a vergini morte in giovane età”.

Impressionanti i tromboni rituali “Dung Chen”, tipici strumenti musicali delle grandi cerimonie e i liuti “dramnyen”. E poi libri di preghiere e stampi di matrici usate nei monasteri, che nei secoli sono stati piccoli centri per la stampa e la divulgazione di testi. In mostra anche lampade votive, portavivande da viaggio, reliquiari, fino agli abiti in ocra e cinabro indossati dai monaci.

 

Un grande settore è interessato dai vestiti etnici tibetani usati nella prima metà del secolo scorso fino al 1959, anno in cui la Cina occupò il Tibet. Assieme, rari gioielli e complicati ornamenti per capigliature.

Per finire con le caratteristiche maschere laiche “Cham” in rame, argento e cartapesta. Una stanza è dedicata a delle vetrofanie con le immagini di Mao assieme al Dalai Lama, mentre sulla parete si può leggere per sommi capi la storia del Tibet dal 600 fino al 2011.

Un allestimento particolare è stato messo in scena lungo l’itinerario, con pannelli-tende che riproducono immagini di questo popolo, le costruzioni e i templi che costellano i paesaggi del suo territorio, per avvicinarsi e comprendere meglio il “Paese delle nevi”. Il tutto con dei colori guida che caratterizzano il Tibet: il marrone della terra, il giallo ocra e il rosso cinabro delle vesti dei monaci e il blu, colore del cielo toccato dalle vette.

 

“E’ la prima mostra sul Tibet di una certa rilevanza” ha sottolineato Adriano Màdaro, curatore dell’esposizione che ancor prima dell’inaugurazione ha sollevato polemiche soprattutto da parte della piccola comunità tibetana in Italia, che ha voluto partecipare alla sua presentazione ai media.

In esposizione c’è un sigillo, un editto imperiale Ming del 1461, scritto nelle lingue cinese e tibetana, che ribadisce l’autorità dell’impero cinese sul Tibet.

Un documento che vuole sancire una supremazia che dunque non era certa.

La comunità tibetana ha offerto al curatore una sciarpa di seta bianca, simbolo di amicizia, assieme alla bandiera del “free-Tibet” affinché possa essere messa in mostra.

Un gesto gradito da Màdaro che ha però ribadito di non volerla esporre, come non ha esposto quella cinese o italiana, per mettere la mostra al di sopra delle pur turbolente questioni politiche che affligono i rapporti della Cina con il Dalai Lama in esilio. Polemiche che hanno avuto il pregio di portare l’attenzione dei media sugli aneliti di indipendenza di questo popolo che vive sul tetto del mondo.