La celebrazione dei miracoli di San Giacomo Apostolo, protettore di Capizzi (Messina)

Messina, 15.06.2010, di Roberto Sciarra

 

Dal 24 al 26 luglio 2010 a Capizzi (Messina) -

 

Capizzi è un piccolo borgo medioevale sito nel Parco dei Nebrodi e uno tra i più alti comuni della Sicilia ( 1100 m s.l.m.), ai confini con la provincia di Enna e dove si trova la chiesa jacopea più antica di tutta la regione.

 

Pare che il nome del paese derivi dal greco Kapution urbs capitina, ricordata da Cicerone come importante città oppressa da Gaio Licinio Verre (c. 120 a.C. – 43 a.C.), politico romano del I secolo a.C., propretore della Sicilia dal 73 al 71 a.C., che compì concussioni e ruberie, per le quali subì un celebre processo, nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine.

 

Anche il geografo Tolomeo pare averla annoverata tra le città interne della Sicilia, col nome di Capityum, così chiamata per la particolare forma del colle Verna sul quale si trova, che ricorda la forma di una testa o un cappuccio.


 

Durante tutto l’anno Capizzi è un centro tranquillo, ma a luglio, in occasione della festa del suo protettore S. Giacomo Apostolo, si trasforma completamente.

 

Mentre la festa del patrono S. Nicola ricorre il 6 dicembre, la festa del santo protettore di Capizzi è una delle più particolari, antiche ed eccentriche di tutta l’isola. Il suo culto risale addirittura all’epoca dei Normanni, quando venne edificato l’attuale Santuario di S.Giacomo.

 

Anche se le celebrazioni durano per tutto il mese di luglio con le novene, la processione del Vessillo di Pietro II d’Aragona e la processione della reliquia di S. Giacomo (22 luglio), il vero cuore della festa si celebra nel tardo pomeriggio del 26 luglio.

 

Il tutto ha inizio con la traslazione del simulacro del santo che, dalla vara barocca posta sull’altare maggiore, passa sulla vara neoclassica. Fissato il simulacro inizia la prima fase pittoresca della festa: per più di un’ora i portatori corrono ininterrottamente lungo la navata principale della chiesa, dall’altare al portone e viceversa. Così il santo si affaccia più volte sulla piazza, e subito rientra correndo di nuovo verso l’altare.

 

Cercano, in questo modo, di far passare la vara dritta e senza urtarla contro gli stipiti del portale, che è più basso rispetto al fercolo. Intorno alle sei del pomeriggio, avviene la trionfale uscita del santo. Al fercolo, frattanto, sono state legate delle corde rosse, decorate da nappe, chiamate “Lazzuna”, che servono a mantenere stabile ed in equilibrio il fercolo durante la processione.

 

L’uscita del santo è accolta dal lancio di bigliettini colorati, palloncini, fuochi d’artificio, urla di gioia e battimani dei presenti. La vara, portata a spalla dei devoti, continua il suo cammino impetuoso tra i vicoli tortuosi di Capizzi ed è incredibile vedere come questi portatori, pur così numerosi e vicini l’uno all’altro, possano procedere così velocemente senza inciampare, né urtare gli angoli delle case.

 

Altrettanto sbalorditivo è vedere come il simulacro, pur muovendosi con grande rapidità e inclinandosi pericolosamente da una parte all’altra, alla fine non perda mai il suo equilibrio.
La vara è preceduta dal prete che, con una campanella, scandisce le soste del fercolo, soprattutto per dare la possibilità ai fedeli di fare le loro offerte.

 

Si tratta di offerte molto particolari come provole e tovaglie ricamate a mano che vengono letteralmente buttate direttamente sul fercolo al suo passaggio, mentre ai portatori vengono offerti biscotti e bibite rifocillanti. La processione arriva infine nella piazza dei "miracoli", teatro dell’evento più atteso e caratteristico della festa. Accanto alla piccola chiesa di Sant’Antonio di Padova, si erge una casa.

 

I portatori, sebbene stremati dalla fatica, incitati dalla folla si scagliano violentemente contro il muro della casa, utilizzando le stanghe della vara a mo’ di ariete. Gli assalti si ripeteranno fino a quando il muro non sarà completamente crollato. La vara prende la rincorsa, e si scaraventa sul muro. Inizialmente si ha l’impressione che il muro ceda subito, ma non è così.

 

Viva Diu e San Jacupu, è il grido che si leva dalla bocca dei devoti e il primo "miracolo" è stato fatto. La vara ritorna indietro, e prendendo la rincorsa si scaraventa nuovamente sul muro. E avanti così, fino a quando la parete comincia a cedere e si apre il primo foro. I "miracoli" (così sono chiamati i colpi), si ripetono fin quando quasi tutta la parete finalmente crolla.

 

Le cariche rappresentano la potenza di S.Giacomo che, scagliandosi contro il muro e abbattendolo, compie il miracolo atteso. Secondo la tradizione locale, meno tempo ci vorrà per abbattere il muro, più l’annata sarà propizia. La popolazione attribuisce a questo rito un significato magico-religioso, e diverse sono le ipotesi.

 

Una tesi ritiene che ogni colpo corrisponde ad una grazia, ad un miracolo che il santo effettuerà nel corso dell’anno così come dal varco che si aprirà nel muro della casa, si ricaveranno gli auspici per il futuro.

 

Un’altra vuole che sul luogo dove ora esiste la casa, un tempo ci fosse la moschea islamica, e S. Giacomo, abbattendo il muro, trionfa riportando la fede cristiana. In pratica simboleggia il trionfo del cristianesimo sul paganesimo.

 

Un’altra ancora vuole che all’interno della casa vi siano nascoste le reliquie del santo. Così all’abbattimento del muro viene attribuito il significato della ricerca faticosa di queste reliquie, quasi sottratte all’edifico, e di quello che rappresentano per la comunità, ossia un vero tesoro di Fede.

 

Una volta abbattuto il muro la vara riprende il suo giro per la città per poi fare ritorno, verso le 22.30 alla chiesa di S. Giacomo. L’ingresso definitivo di S. Giacomo nella sua chiesa, viene salutato da fuochi d’artificio come in ogni in ogni festa popolare. Capizzi torna così alla normalità, rassicurata dai "miracoli" che S. Giacomo ha appena compiuto.