Agricoltura a km zero: è possibile o è solo uno spot?

Bari, 30.04.2010, di Antonio Martino

 

Durante il convegno da noi trattato ed intitolato Clima days, svoltosi presso l'Università di Bari sono emerse una serie di problematiche legate al trasporto dei prodotti agricoli.

 

In modo particolare si è fatto riferimento ad un dato alquanto eclatante, ovvero che circa l’80% dell’energia necessaria per far giungere un prodotto sulle nostre tavole è da attribuirsi alla fase successiva alla raccolta.

 

Questo è dovuto al fatto che i prodotti che noi consumiamo quotidianamente hanno spesso una provenienza molto distante e che talvolta oltrepassa i confini nazionali.

 

Questo ovviamente è un problema da non sottovalutare, sia per il danno ambientale che un lungo trasporto comporta in termini di emissione di anidride carbonica, sia per l’effettiva qualità del prodotto, che per quanto possa essere delizioso all’origine, può subire un processo di deterioramento durante il lungo trasporto.


 

La proposta di un’agricoltura a km 0 fa leva sulle capacità delle singole regioni di provvedere al loro sostentamento alimentare e suggerisce ai consumatori di utilizzare prodotti di stagione e locali.

 

Su questi punti saremmo tutti concordi se non fosse che spesso l’importazione di alcuni prodotti non è una scelta, ma un bisogno che il mercato impone. D’altre parte è evidente come se tutti i Paesi adottassero questa strategia alcuni elementi cardine del made in Italy potrebbero risentirne con un danno per tutta la nostra economia.

 

Per molti quindi, la possibilità di creare un orto sotto casa è un progetto sicuramente corretto ma un po’ troppo utopico, quindi improponibile. Per una volta la soluzione sembra venire dai paesi del Sol Levante.

 

I giapponesi infatti negli anni ’70 introdussero con il nome "Teikei" (trad. metti la faccia del produttore sul cibo), una iniziativa che andasse a responsabilizzare i produttori, mettendoli a rischio di una brutta figura in prima persona.

 

In Italia quello che si sta cercando di fare è la creazione di una Carta d’Identità del prodotto, in modo da favorirne la tracciabilità e soprattutto dare l’opportunità al consumatore di valutare la qualità di ciò che compra.

 

Solo così infatti è possibile sconfiggere una concorrenza sleale, basata sulla vendita di prodotti a basso costo ma dalla provenienza ignota. Poter misurare la qualità del cibo è la cosa fondamentale non tanto quanti km abbia percorso, non sempre l’uno è la conseguenza dell’altro.

 

Certo che ancora una volta ci teniamo a sottolineare l’invito a consumare, ove possibile, alimenti coltivati nella nostra nazione, sia per una questione di qualità, sia per una motivazione economica, speriamo solo che sempre più etichette siano a tal proposito esplicative e non solo pubblicitarie...